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LA TRANSIZIONE NON ATTENDE I GOVERNI

Mentre il gas sul mercato di Amsterdam supera i 90 euro al megawattora, quasi il triplo rispetto alla vigilia della guerra in Iran, e il Brent sfiora i 110 dollari al barile, l’Italia riscopre il prezzo della propria dipendenza.

Gli stoccaggi nazionali sono pieni quasi al 90%, tra i migliori d’Europa: il problema non è restare al freddo, almeno per il momento, è quanto pagare.

A ottobre l’Arera ha aumentato del 37% il prezzo della luce per i clienti vulnerabili, e il nostro prezzo all’ingrosso dell’elettricità resta stabilmente sopra la media europea. Pagano le famiglie, ma pagano soprattutto le imprese, che competono con concorrenti che l’energia la comprano a meno.

La ragione è nota da anni: nelle ore in cui il gas fissa il prezzo, lo fissa per tutti, anche per il chilowattora prodotto dal sole o dal vento che tuttavia e per fortuna, grazie ai contratti per differenza aggiudicati dalle Aste del FER X dal GSE, restituiscono la differenza.

Ogni tensione nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del gas liquefatto mondiale, arriva così nelle bollette di famiglie e imprese con la puntualità di un orologio.

Non è la prima crisi energetica di questo decennio, ma la lezione è sempre la stessa e la soluzione è altrettanto evidente: aumentare le aggiudicazioni di contatti per differenza tramite più aste GSE; maggiori contingenti aggiudicati con adeguato prezzo offerto.

Per capirci, oggi il PUN veleggia intorno ai 150 €/MWh mentre la media dei contratti aggiudicati alle FER dal GSE si aggira intorno alla metà (75 €/MWh).

Tuttavia, a quel prezzo di 75 €/MWh le quantità aggiudicate di energia rinnovabile economica sono state significative ma non sufficienti; tali tariffe hanno selezionato i soli impianti più efficienti lasciando molti progetti fuori con una miopia da correggere. Mentre si scrive il MASE sta decidendo che livelli dovranno avere le prossime aste che si chiuderanno entro la fine dell’anno e perseverare con prezzi e volumi bassi sarebbe un suicidio, con gravi conseguenze per l’indipendenza energetica e la riduzione dei costi del nostro Paese.

In questo scenario il Parlamento ha scelto di riavviare la strada del nucleare. Il 23 settembre il Senato ha approvato in via definitiva, con 81 sì e 51 no, la legge delega sul “nucleare sostenibile”.

La legge non autorizza la costruzione di una sola centrale: affida al Governo dodici mesi per scrivere i decreti attuativi, cioè fino a ridosso della fine della legislatura.

Una promessa di questo Parlamento che rischia di dover essere mantenuta dal prossimo.

Lo stesso ministro Pichetto Fratin colloca i primi reattori nel 2034-2035, mentre la presidente di una grande utility come A2A, così come molti osservatori ed esperti, dubitano che bastino dieci anni.

Il deposito nazionale delle scorie, intanto, non è ancora stato realizzato. Per attuare la delega la legge stanzia 1,5 milioni per il 2026 e 6 per il 2027, campagne informative comprese: cifre da convegno, non da cantiere, ma comunque mai impegnate neppure in parte per quelle fonti che la transizione la stanno facendo davvero.

Il nucleare, qualunque cosa se ne pensi, non abbasserà le bollette di questo inverno né quelle del 2030. Sempre secondo gli analisti non le abbasserà neppure dopo il 2035, quando verranno realizzate le nuove centrali, visto che i costi previsti saranno probabilmente superiori a quelli attuali del PUN.

D’altra parte, se e quando si farà, il nucleare certamente potrà aiutare a ridurre la dipendenza energetica del Paese.

La legislatura scade naturalmente il 13 ottobre 2027 e nella maggioranza si discute apertamente di votare già in primavera. Restano pochi mesi utili: la legge di Bilancio, il decreto Imprese atteso a novembre, poco altro. È il momento in cui un governo sceglie tra bandiere e risultati, tra ciò che annuncia e ciò che lascia in eredità.

I numeri dicono che la strada c’è. Al 31 agosto la potenza rinnovabile installata in Italia ha raggiunto 88 GW, con 4,6 GW aggiunti in otto mesi, quasi tutti fotovoltaici.

L’eolico, che produce anche d’inverno e di notte, proprio quando il gas fa il prezzo, cresce a fatica, frenato da iter autorizzativi che durano anni. Ma per centrare gli obiettivi al 2030 ne servirebbero tra 11 e 20 l’anno, e se il traguardo del 2026 sarà raggiunto questo sarà solo merito del vantaggio accumulato negli anni precedenti.

A Terna sono arrivate richieste di connessione per oltre 300 GW di impianti rinnovabili e il ministro Urso ammette che circa quattromila progetti, con investimenti privati per miliardi, sono fermi per veti locali. I capitali ci sono, le imprese pure. Manca solo qualcuno che decida.

Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club hanno bollato la legge sul nucleare come un contenitore vuoto di promesse irrealizzabili. Confindustria, che sull’atomo la pensa all’opposto, chiede da maggio un commissario straordinario per sbloccare le rinnovabili; richiesta che l’ANEV fa da alcuni anni.

Ambientalisti e industriali convergono così sulla stessa urgenza: una saldatura rara che la politica dovrebbe cogliere, invece di ignorare.

Le associazioni conoscono progetti, territori e numeri meglio di qualunque ministero: un commissario dovrebbe rendere conto a loro, ogni mese, dei progetti sbloccati.

La proposta dell’ANEV è quella di avere una struttura commissariale in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che monitori le procedure, intervenga a sollecitare sui ritardi, superi eventuali conflitti tra i ministeri e in ultimo agisca se necessario con poteri sostitutivi.

D’altra parte nel passato un commissario il governo lo ha nominato, ma per i rigassificatori, dimostrando che lo Stato sa correre quando si tratta di gas; per il sole e il vento non ha mai voluto farlo fino ad oggi…

Alle associazioni spetta però un compito in più: portare questa battaglia nei territori, dove nascono i veti, spesso in nome del paesaggio.

Comunità energetiche, progetti condivisi con i Comuni, benefici concreti per chi ospita gli impianti: senza consenso locale nessun commissario reggerà a lungo.

Il ministro Pichetto frena: le autorizzazioni spettano alle Regioni e Palazzo Chigi, a suo dire, non vuole farsi commissariare su una scelta politica. È un’obiezione seria, ma la situazione si avvia a diventare drammatica ed è urgente agire!

Un commissario per le rinnovabili è l’unica strada in grado di ridurre insieme i costi e la dipendenza dall’estero. Gli impianti si costruiscono in mesi, non in decenni, usano una risorsa che non importiamo e tolgono ore al gas nella formazione del prezzo. Ogni gigawatt autorizzato oggi è gas che domani non compreremo a prezzi decisi altrove.

Al governo restano pochi mesi. Può spenderli a preparare un programma atomico che erediterà qualcun altro, oppure nominare un commissario e lasciare al Paese, prima del voto, cantieri aperti e bollette più leggere.

Il sole non aspetta i decreti attuativi. Sarebbe bene che non li aspettassimo nemmeno noi.