Investimenti enormi e tempi lunghissimi richiedono regole stabili. La strategia energetica va sottratta all’alternanza dei Governi e ancorata a scelte di lungo periodo condivise a livello europeo.
C’è un’asimmetria che la politica italiana, e non solo, fatica ad accettare.
Una legislatura dura cinque anni, spesso nel passato meno. Una centrale, un elettrodotto, un parco eolico in mare o una rete di teleriscaldamento vivono invece molto di più, dopo anni di processi autorizzativi e costruzione.
Chi decide oggi di realizzare un impianto energetico non scommette sul prossimo Governo, ma sui prossimi trenta o quarant’anni. Su questa distanza temporale si gioca buona parte della transizione energetica ed è qui che l’instabilità delle regole diventa il costo più alto e meno visibile.
I numeri parlano chiaro. Per decarbonizzare il sistema elettrico, ammodernare le reti, sviluppare gli accumuli, riconvertire l’industria pesante e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti servono, solo in Italia, centinaia di miliardi di euro nei prossimi due decenni.
Investimenti che, per fortuna, oramai sono sostenibili interamente dalla finanza privata poiché convenienti, ma che comunque necessitano di strumenti di regolazione e normativa stabili e che sostengano il quadro amministrativo in cui tali investimenti si muovono.
Le risorse arriveranno in larga parte da utility, fondi infrastrutturali, banche, investitori istituzionali; e il capitale privato ha una sola vera richiesta, la prevedibilità.
Un investimento che si ripaga in vent’anni viene valutato sui flussi di cassa futuri e ogni incertezza normativa si traduce in un premio al rischio, cioè in un costo del denaro più elevato. Quel costo non resta solo nei bilanci delle imprese: finisce nelle bollette di famiglie e aziende anche solo come mancato risparmio.
Poi ci sono i tempi. Tra progettazione, autorizzazioni, ricorsi, gare e cantiere, un grande impianto rinnovabile può richiedere cinque-sette anni prima di produrre il primo chilowattora. Una nuova linea di trasmissione anche di più. Una centrale nucleare, se il Paese decidesse davvero di tornare a quella tecnologia, e la finanza privata seguisse questa suggestione, non meno di dieci-quindici anni.
E non ci sono solo gli impianti. Servono filiere industriali, tecnici qualificati, percorsi di formazione e nessuna impresa costruisce uno stabilimento o forma personale se teme che il mercato evapori alle prossime elezioni.
Un progetto avviato sotto un esecutivo verrà completato, nella migliore delle ipotesi, sotto un altro, e gestito per decenni sotto molti altri ancora. Se ogni cambio di maggioranza rimette in discussione obiettivi, incentivi e procedure, il risultato è uno solo: nessuno parte o chi parte si ferma a metà.
La storia recente offre esempi eloquenti. In Italia il nucleare è stato abbandonato dopo il referendum del 1987. È stato rilanciato sulla carta circa vent’anni dopo, bloccato di nuovo dal voto del 2011 e oggi è tornato al centro del dibattito con l’approvazione della Legge Delega di questi giorni.
Quasi quarant’anni di oscillazioni hanno prodotto costi di smantellamento, competenze disperse e nessuna centrale.
Sul fotovoltaico, dopo la stagione generosa dei Conti Energia, il taglio retroattivo delle tariffe incentivanti deciso nel 2014 ha incrinato la fiducia degli operatori, italiani ed esteri, e ha aperto la strada a contenziosi anche internazionali.
La Spagna, per scelte analoghe, ha collezionato decine di arbitrati. La Germania nel 2010 aveva prolungato la vita delle sue centrali atomiche e pochi mesi dopo ne ha decretato la chiusura: ha dovuto riconoscere risarcimenti miliardari ai gestori.
Lo stesso vale per le famiglie. I bonus per l’efficienza energetica degli edifici hanno avuto regole riscritte a ripetizione e la cessione dei crediti bloccata dall’oggi al domani, lasciando cantieri fermi e imprese in difficoltà. Ogni retromarcia ha un prezzo e lo paga sempre la collettività.
Non si tratta di negare alla politica il diritto di scegliere. Si tratta di distinguere tra le grandi direttrici, che devono restare ferme, e gli strumenti, che possono essere aggiornati con gradualità e senza effetti retroattivi.
Gli obiettivi di decarbonizzazione, il mix energetico di lungo periodo, l’architettura delle reti, le regole di mercato e i criteri autorizzativi non possono diventare terreno di scontro elettorale, né bandiere da piantare e ammainare a ogni tornata.
Quando l’energia diventa identità di partito, ogni scelta tecnica si trasforma in un referendum ideologico, e il sistema si paralizza.
Per questo la strada maestra è una politica energetica realmente condivisa, un patto nazionale costruito in Parlamento, con il contributo di maggioranza e opposizione, delle Regioni, delle imprese e delle parti sociali.
Dovrebbe fissare obiettivi e traiettorie per i prossimi vent’anni e nessun Governo dovrebbe poterlo smontare a colpi di decreto.
Altri Paesi hanno dimostrato che è possibile. Il Regno Unito ha approvato nel 2008 il Climate Change Act a larghissima maggioranza e ne ha affidato il monitoraggio a un comitato indipendente; quel quadro è sopravvissuto a Governi di ogni orientamento, questa è una strada!
Ma la dimensione nazionale, da sola, non basta. L’energia è per sua natura un tema europeo. Le reti sono interconnesse, i mercati integrati e le crisi colpiscono tutti nello stesso momento, come ha dimostrato lo shock del gas del 2022.
All’Unione dovrebbero spettare le decisioni di carattere più alto: gli obiettivi climatici, la sicurezza degli approvvigionamenti, gli acquisti comuni, la pianificazione delle grandi infrastrutture transfrontaliere, il disegno del mercato elettrico.
Queste decisioni, una volta assunte con procedure democratiche, dovrebbero diventare vincolanti per gli Stati membri, con obiettivi misurabili, verifiche periodiche e conseguenze concrete per chi non li rispetta.
Un vincolo europeo funziona da àncora.
Protegge le scelte di lungo periodo dalle oscillazioni della politica interna e offre agli investitori un orizzonte che nessun singolo Governo può garantire.
Cedere una parte di sovranità in materia energetica non significa rinunciare a decidere, ma decidere una volta sola e bene, insieme.
Il pianeta e le generazioni che lo abiteranno non possono aspettare che ogni nuova maggioranza riscopra da capo la transizione.
Serve la pazienza delle scelte condivise. È la condizione perché il futuro energetico dell’Italia e dell’Europa smetta di essere una promessa elettorale e diventi, finalmente, un progetto.