Senza una cabina di regia e una spinta vera alle rinnovabili l’Italia continuerà a pagare la crisi energetica più di quanto si possa permettere di fare.
Le tensioni geopolitiche che si sono riaccese negli ultimi mesi, dal prolungarsi del conflitto russo-ucraino alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, con le criticità logistiche legate allo stretto di Hormuz, stanno riportando l’energia al centro dell’agenda economica del Paese.
Non si tratta di un allarme astratto: i numeri della bolletta lo confermano già oggi, con effetti concreti su famiglie e imprese.
Secondo i dati diffusi ad agosto, a luglio 2026 il prezzo dell’energia elettrica è salito del 18,52% rispetto a giugno, mentre il gas ha segnato un +20,04%, entrambi record dell’anno.
La bolletta media annua di un cliente vulnerabile ha così raggiunto circa 2.111 euro, di cui 1.478 euro di gas, in aumento di 131 euro su base annua.
Le stime elaborate a marzo, dopo la ripresa dello scontro tra Iran e Stati Uniti, parlavano di un incremento del 21,5% rispetto alle previsioni pre-conflitto, con una spesa energetica annua per famiglia salita a 2.952 euro dai 2.427 euro precedenti: 477 euro in più per il gas, 153 per l’elettricità.
Le proiezioni più aggiornate relative al rientro di settembre indicano un ulteriore +23% per le famiglie (515 euro in più l’anno) e un +54% per le imprese (572 euro), con il gas che passerebbe da 60 a 137 centesimi al metro cubo.
Il capitolo carburanti conferma la direzione: secondo le stesse analisi, il prezzo medio di benzina e gasolio potrebbe salire da 1,655 a 2,017 euro al litro.
Diversi analisti ritengono che il rischio di nuovi rincari resti concreto finché lo snodo strategico di Hormuz resta sotto tensione: ogni nuovo episodio di instabilità si traduce, con rapidità, in ulteriori aumenti della bolletta energetica complessiva del Paese, tra gas, carburanti ed elettricità.
C’è poi un elemento strutturale che amplifica ogni shock geopolitico: il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica.
Il mercato italiano fissa il prezzo sulla base del costo dell’ultima fonte attivata per soddisfare la domanda, il cosiddetto prezzo marginale. Quando serve una centrale a gas anche solo per coprire una piccola quota di fabbisogno, è il suo costo, tipicamente il più alto, a determinare il prezzo dell’intera energia scambiata in quell’ora, comprese le rinnovabili già immesse in rete a costo molto inferiore.
Non è un caso che l’Italia paghi l’elettricità all’ingrosso molto cara; nel 2024 il prezzo medio italiano si è attestato attorno a 109 euro/MWh contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna e appena 58 della Francia.
Nell’aprile 2025 il divario si è persino allargato, con il nostro Paese a 121 euro/MWh contro 78, 43 e 35 euro/MWh degli altri Stati prima citati.
La differenza si spiega col peso ancora dominante del gas nella formazione del prezzo orario italiano, mentre sistemi più ricchi di rinnovabili e anche di nucleare hanno potuto scollegare più spesso il costo finale da quello del metano.
Oggi scontiamo ancora il ritardo nella penetrazione delle fonti pulite nel mix elettrico. Il 42% di produzione da rinnovabili, pur in crescita costante negli ultimi anni, non basta a rendere strutturale un prezzo più basso in borsa, seppur garantisce una riduzione del costo per gli utenti finali.
Tuttavia, nella maggior parte delle ore il gas resta comunque necessario a coprire la domanda residua e questo riporta in alto il costo del kWh elettrico.
Solo superando stabilmente il 55% di rinnovabili nel mix energetico del Paese si potrebbe ridurre in modo continuativo il costo dell’elettricità, spezzando la dipendenza dal prezzo del gas anche nelle ore in cui la produzione pulita è già abbondante e riducendo strutturalmente, non episodicamente, la bolletta di famiglie e imprese.
In sostanza oggi le rinnovabili sono già sganciate dal prezzo del gas e garantiscono risparmi sulla bolletta, ma dovranno essere maggioritarie nella produzione per abbassare definitivamente il costo della borsa elettrica.
In questo quadro va valorizzato con decisione il ruolo degli impianti rinnovabili contrattualizzati con il GSE attraverso i meccanismi d’asta, come i decreti FER2 e FER-X.
I contratti per differenza (CfD) sottoscritti in queste procedure funzionano in entrambe le direzioni: se il prezzo di mercato supera lo strike price concordato, il produttore restituisce la differenza a beneficio del sistema.
Questo significa che l’energia rinnovabile incentivata tramite asta non solo non incassa il prezzo più alto formatosi in borsa nelle ore di punta, ma nelle ore di maggiore produzione contribuisce concretamente ad abbassare i costi complessivi, anche se il beneficio arriva oggi ai consumatori con un ritardo dovuto all’aggiornamento trimestrale della componente in bolletta che lo trasferisce; un ritardo che andrebbe accorciato.
In questo modo gli operatori rinnovabili non possono avere extraprofitti a scapito dei consumatori, come invece accade nel mondo fossile.
La conclusione è tanto semplice quanto urgente. L’unica strada percorribile per ridurre stabilmente il peso della bolletta energetica è accelerare l’installazione di nuova capacità eolica e fotovoltaica, remunerata in modo adeguato (tra i 65 e i 95 €/MWh a seconda della fonte utilizzata) ma sempre inferiore al costo del gas (oggi ben superiore ai 100 €/MWh), accompagnata da una significativa elettrificazione dei consumi in tutti i settori, dai trasporti al riscaldamento fino all’industria, spostando quote crescenti di domanda dal gas e dai carburanti fossili verso vettori elettrici alimentati da fonti pulite.
Per raggiungere questo obiettivo, però, non basta la sola politica degli incentivi, serve una regia politico/amministrativa dedicata, capace di seguire in tempo reale l’iter delle autorizzazioni in corso, anche avvalendosi dell’ottimo portale SUER, lo Sportello Unico per le Energie Rinnovabili messo a punto dal GSE con il Ministero dell’Ambiente per digitalizzare e monitorare le istanze autorizzative su tutto il territorio.
Questa regia va dotata di poteri reali di sollecito verso gli enti in ritardo, di intervento diretto nelle situazioni più critiche e, nei casi più gravi, di sostituzione delle amministrazioni inadempienti, per far rispettare i tempi previsti dalla normativa vigente, oggi troppo spesso disattesi.
Una struttura di missione che abbia una guida capace e risorse adeguate, da insediare presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con la responsabilità di seguire e agevolare, passo dopo passo, il raggiungimento degli obiettivi della transizione energetica.
È questa, oggi, la vera leva per proteggere in modo duraturo famiglie e imprese dalle prossime crisi geopolitiche, invece di rincorrere ogni volta bonus una tantum quando il danno in bolletta è già fatto.