C’è stata un’epoca in cui essere ambientalisti significava, prima di tutto, opporsi. Opporsi alle grandi opere, alle infrastrutture, agli impianti, talvolta perfino alla stessa parola “sviluppo”.
Il movimento che ha attraversato gli anni Settanta e Ottanta nasceva da un’urgenza sacrosanta: denunciare un modello produttivo che divorava territori, avvelenava fiumi e ignorava le conseguenze di lungo periodo.
In quel contesto storico il “no” era una forma di resistenza necessaria, spesso l’unico linguaggio che il Paese sembrava capace di ascoltare.
Oggi quel linguaggio, da solo, non basta più. Anzi, in diversi casi rischia di diventare un ostacolo proprio per le cause che dice di voler difendere.
La crisi climatica non si combatte fermando il mondo, ma cambiandone l’infrastruttura; nel settore energetico, ad esempio, servono reti elettriche nuove, impianti rinnovabili, sistemi di accumulo, opere di adattamento per infrastrutture idrauliche, bacini ecc.
Tutte cose che si costruiscono e che, se non le realizziamo noi con criterio, qualcun altro le tirerà su altrove con criteri peggiori. Fare bene queste attività, che sono oramai non più procrastinabili, è necessario ed urgente.
È qui che si misura la differenza tra l’associazionismo di ieri e quello di oggi. Alcune realtà ambientaliste hanno compiuto un salto di maturità decisivo: hanno smesso di chiedersi soltanto se fare una cosa e hanno iniziato a indicare come farla.
Legambiente, in questo, rappresenta il caso più evidente. Dalla logica della contrapposizione frontale si è passati a una posizione molto più utile al Paese: il “sì, ma fatto bene”.
Sì alle rinnovabili, purché con criteri giusti; sì alle infrastrutture, purché inserite nel paesaggio con intelligenza; sì alla transizione, purché accompagnata da regole chiare, controlli e partecipazione dei territori.
Questa postura non è un cedimento, è un avanzamento. Indicare la strada giusta è infinitamente più faticoso che limitarsi a sbarrarla, perché obbliga a studiare i dossier, a confrontarsi con i numeri, a proporre alternative praticabili invece di rifugiarsi nello slogan.
È un ambientalismo che si sporca le mani, che entra nel merito delle autorizzazioni e delle tecnologie, e che per questo viene preso sul serio dai decisori.
Anche realtà comunque importantissime come WWF e Greenpeace mantengono un ruolo prezioso e spesso insostituibile nella battaglia culturale sui grandi temi: la difesa della biodiversità, la denuncia delle emissioni, la pressione sui governi e sulle grandi imprese.
Non tutte le organizzazioni, tuttavia, hanno compiuto lo stesso percorso, o lo hanno compiuto allo stesso modo. Sui princìpi generali sono schierate con chiarezza ed efficacia. Spesso, però, il problema emerge quando quei princìpi devono scendere a terra, sui territori, nei singoli progetti. È il classico cortocircuito delle rinnovabili: si dichiara la necessità urgente di abbandonare i combustibili fossili e, contemporaneamente, ci si ritrova a contestare il parco eolico, il campo fotovoltaico, l’elettrodotto che quella transizione la rendono materialmente possibile.
Il risultato è una contraddizione che indebolisce il messaggio e, soprattutto, rallenta proprio gli interventi di cui avremmo più bisogno. Affermare un obiettivo nel cielo dei principi e poi negarne gli strumenti sul campo significa, alla fine, non volere davvero quell’obiettivo. E questo inevitabilmente aiuta le tecnologie meno pulite e più inquinanti.
Serve allora un ulteriore cambio di paradigma esplicito, quasi una dichiarazione di intenti. L’associazionismo moderno dovrebbe essere concreto e mettere l’uomo al centro dell’azione ambientale. Non per arroganza della specie, ma perché è l’unica prospettiva onesta e la sola capace di tenere insieme lo sviluppo, la protezione dell’ambiente e la tutela del creato, per dirla con le parole dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.
Così come la prima Enciclica di Papa Leone XIV, la Magnifica Humanitas, evidenzia la necessità di uno sviluppo tecnologico finalizzato alla custodia della casa comune, garantendo il futuro del creato senza scaricare sulle prossime generazioni scelte non sostenibili.
Inoltre ci indica la strada di una evoluzione volta alla giustizia e alla pace, indicando un elemento centrale nella comunicazione che deve essere equilibrata, responsabile e avere a cura l’ambiente.
Una visione antropocentrica, intesa nel senso più nobile, è in fondo l’unica davvero condivisibile e ampiamente auspicabile: ci prendiamo cura dell’ambiente perché è la casa che abitiamo, perché un fiume pulito, un’aria respirabile, un suolo fertile e una città vivibile sono le condizioni stesse del nostro benessere.
La natura “intoccabile” come feticcio separato dall’essere umano è un’astrazione che non ha mai convinto le persone reali, che non difende né l’uomo né l’ambiente, ma bisogna calare questo principio nella vita di ogni giorno.
Mettere l’uomo al centro non significa autorizzare ogni sfruttamento: significa orientare con forza tutti i comportamenti che migliorano l’ambiente affinché l’uomo possa viverlo meglio.
È un ambientalismo che parla di qualità della vita, non solo di vincoli; che spinge per città più verdi, mobilità più pulita, energia più economica perché rinnovabile, territori più sicuri di fronte agli eventi estremi e sicurezza degli approvvigionamenti che significano meno guerre.
Resta però una condizione irrinunciabile ed è ciò che distingue l’antropocentrismo virtuoso da quello miope. L’uomo al centro non deve diventare l’interesse particolare dell’uomo, o peggio, di qualche uomo.
La bussola deve restare puntata sul bene comune e su una visione di lungo periodo, capace di guardare oltre il singolo mandato amministrativo, oltre il profitto immediato, oltre il “non nel mio giardino” o “nel mio mandato” che troppo spesso traveste l’egoismo o il tornaconto da ecologia.
È un equilibrio delicato: difendere le persone senza assecondarne le paure più corte, ascoltare i territori senza arrendersi ai veti di comodo, accelerare le opere necessarie senza scaricarne i costi sui più deboli o sulle generazioni future.
Troppo spesso queste paure hanno portato a dittature delle minoranze che generano distorsioni democratiche inaccettabili. Proprio per questo l’ambientalismo del fare ha più bisogno di competenza che di indignazione, di dati che di emozioni, di progetti che di proclami. La buona notizia è che questa cultura, faticosamente, sta crescendo anche nel nostro Paese ed è già largamente maggioritaria.
Il movimento che serve all’Italia di oggi, insomma, non è quello che alza muri né quello che firma deleghe in bianco al cosiddetto progresso. È quello che si assume la responsabilità più scomoda e più adulta: indicare la strada giusta e percorrerla, mettendo l’uomo e il suo futuro al centro, con la natura non come avversaria ma come alleata indispensabile.